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Pranzo di Natale ‘a Zeneise’

I preparativi per il pranzo di Natale iniziavano il giorno della vigilia, quando si puliva la casa e la si addobbava con lunghi fili di spago pieni di alloro, rametti di ulivo, noci e nocciole.

Il giorno di Natale venivano preparati il panettone genovese o pandolce, i ravioli o i natalini e il berodo, cioè il sanguinaccio.

Il poeta-commediografo  Niccolò Bacigalupo ha dedicato nell’Ottocento alcuni versi fra i suoi più riusciti, “O tondo de Natale”, proprio alla successione delle portate natalizie e al gran momento del dolce.
Sulla tavola erano posti degli elementi simbolici che avevano un carattere propiziatorio: una manciata di sale, un pane bianco destinato ai poveri e uno per gli animali, un mestolo forato (cassoa) e uno scopino di erica benedetto nella messa di mezzanotte.
Dalla vigilia nel focolare veniva fatto bruciare un ceppo d’olivo o d’alloro. Il ceppo veniva lasciato bruciare lentamente fino a Capodanno ed era il simbolo dell’anno vecchio che volgeva al termine.
Il rito, allietato dalla luce dei “lumin” di mandarino, prevedeva un inizio coi maccheroni/natalini in brodo di cappone , arricchito da polpettine di carne o da bocconcini di salsiccia, che erano un portafortuna in quanto rappresentavano le “palanche”. Si tratta di un formato di maccheroni piuttosto lunghi, tagliati di sbieco alle estremità, molto simili agli ziti napoletani ma leggermente più larghi di diametro e prodotti utilizzando la semola di grano duro. Questi speciali maccheroni vengono prodotti in Liguria soltanto in occasione del periodo natalizio e hanno una lavorazione particolare. Sono dorati, lisci ma con lievi irregolarità e anche il sapore è piuttosto particolare.
Alcuni preparavano anche i ravioli, conditi col “tocco”, sugo di carne – si dicevano “a culo nudo” quando insaporiti col solo formaggio, altri li  preparavano il giorno di Santo Stefano con gli avanzi del giorno prima.
Il cappone, utilizzato per il brodo, si consumava lesso con la mostarda o con la salsa verde, realizzata in diverse varianti. Dopo il cappone i sanguinacci, “berodi” in dialetto.
Il secondo fastoso aveva poi le sembianze del tacchino (“bibin”) arrosto. Col tacchino,  si servivano i fritti nelle neige o nevole (sono cialde d’ostie che si acquistavano in farmacia).
Tra i fritti la scorzonera di Chiavari  che poi compariva anche come insalata.
Il momento del dolce, abbinato a vini “particulà” cioè passiti, di cui la Liguria (contrariamente a quanto si pensi) non è povera, approdava in tavola sotto forma di pandolci e tronchetti, latte dolce fritto, frutta sia fresca sia secca che  candita, biscotti di pasta frolla cobelletti, anicini, cioccolato e infine torroncini.
“E questa miscellanea/a forma o materiale/secondo l’uso classico/do tondo de Natale/che figgi,i nevi,i zenei/e tutta a compagnia/se devan porta via,/secondo a tradizion.” Così termina la poesia di Nicolò Bacigalupo riferendosi alla tradizione tutta Ligure di distribuire tra tutti i componenti delle famiglie, che si sono ritrovate a festeggiare insieme il Santo Natale,tutto quel ben di Dio avanzato dal pranzo natalizio.  Nei versi di Bacigalupo troviamo sintetizzato il simbolo del Natale Ligure: senso della famiglia, parsimonia ligure,previdenza e amore.
Il panettone genovese o pandolce,tendenzialmente basso, è chiamato “pan du bambin” a Sanremo ed è chiamato nel mondo Genoa cake. Al centro un rametto d’ulivo, e dopo il taglio, eseguito sempre dal pater familias, due fette venivano custodite rispettivamente per il primo viandante che bussasse alla porta e per San Biagio festeggiato il 3 febbraio come protettore della gola.
Si osservi che a Genova nel 1838 operavano ben 34 fabbriche confettiere che candivano anche verdure, semi, fiori e che la premiata ditta Romanengo nacque nel 1780.
Alla fine del banchetto, i giochi di società.

tratto da http://www.cucinagenovese.it/tradizioni-natalizie/224-il-pranzo-di-natale.html

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